La c.d. “clausola di salvaguardia” del tasso usurario è nulla – Tribunale di Nocera Inferiore del 15/07/2020

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Nocera Inferiore, in composizione monocratica, in persona del dr. XXXX, ha pronunziato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile iscritta al n. XXXX R.G. avente ad oggetto: OPPOSIZIONE ALL’ESECUZIONE (art. 615, 1° co., c.p.c.) e vertente tra:

XXXX, elettivamente domiciliati in XXXX, presso lo studio dell’avv. XXXX, dal quale sono rappresentati e difesi, come da mandato in atti;
OPPONENTI

E

XXXX, in persona del legale rappresentante p.t., elettivamente domiciliato in XXXX, presso lo studio dell’avv. XXXX, dal quale è rappresentato e difeso, come da procura in atti;
OPPOSTO

CONCLUSIONI: come da verbale d’udienza del 14/11/2019 che qui si intendono integralmente richiamate e trascritte.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

rilevato che il novellato art. 132 c.p.c. esonera il giudice dal redigere lo svolgimento del processo;

ritenuta la legittimità processuale della motivazione c.d. per relationem (cfr., da ultimo, Cass. 3636/07), la cui ammissibilità – così come quella delle forme di motivazione c.d. indiretta – risulta oramai definitivamente codificata dall’art.16 del d.lgs. 5/03, recettivo degli orientamenti giurisprudenziali ricordati;

osservato che per consolidata giurisprudenza del S.C. il giudice, nel motivare “concisamente” la sentenza secondo i dettami di cui all’art. 118 disp. att. c.p.c., non è affatto tenuto ad esaminare specificamente ed analiticamente tutte le quaestiones sollevate dalle par-ti, ben potendosi egli limitare alla trattazione delle sole questioni – di fatto e di diritto – “rilevanti ai fini della decisione” concretamente adottata;

che, in effetti, le restanti questioni non trattate non andranno necessariamente ritenute come “omesse” (per l’effetto dell’ error in procedendo), ben potendo esse risultare semplicemente assorbite (ovvero superate ) per incompatibilità logico-giuridica con quanto concretamente ritenuto provato dal giudicante;

richiamato il contenuto assertivo della citazione

OSSERVA

XXXX si oppongono all’atto di precetto loro notificato in data 30/4/2014 dalla XXXX, per il pagamento della somma di € 108.987,04, oltre ulteriori interessi, in forza di contratto di mutuo dell’11/11/2013, con atto per notaio XXXX, lamentando la mancanza del requisito della certezza del credito in relazione all’illegittima applicazione degli interessi passivi, la mancanza dell’annotazione a margine dell’ipoteca dell’intervenuta cessione del credito, l’illegittimità della capitalizzazione degli interessi e chiedono, previa sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo, accertarsi la nullità parziale della clausola di definizione del tasso applicato dalla Banca, il ricalcolo degli importi con applicazione del saggio legale, accertare che la somma dovuta all’istituto bancario è inferiore a quella intimata, in via riconvenzionale, infine, condannare l’opposta al pagamento della somma di € 130.862,01, da ristornare.

Si è costituita in giudizio l’opposta che contesta l’intero assunto avverso e chiede il rigetto dell’opposizione con vittoria delle spese di giudizio.

La causa, disattesa l’istanza cautelare, espletata la consulenza tecnica, perveniva, per la precisazione delle conclusioni, all’udienza del 14/11/2019.

Con riferimento all’eccezione relativa alla mancanza del requisito della certezza del credi-to azionato, va riportato il principio ormai consolidato a mente del quale il contratto di mutuo, a differenza del contratto di apertura di credito, è titolo esecutivo poiché attesta l’erogazione di una somma di denaro che il mutuante consegna al mutuatario ed identifica, quindi, in modo certo, la misura dell’obbligazione contratta dal mutuatario stesso. Il mutuante può, perciò, agire esecutivamente limitandosi ad affermare l’inadempimento del mutuatario. In effetti, il mutuo costituisce titolo esecutivo, per un credito certo, liqui-do ed esigibile, in quanto sia corredato da un atto di erogazione e quietanza, coevo o successivo, che cristallizzi l’esistenza e la misura del debito e del correlato credito (Cass. 17886/2011; 17194/2015). Il contratto di mutuo di cui è causa all’art. 1 recita: “La parte mutuataria dichiara di aver ricevuto dalla Banca la predetta somma, rilasciandone ampia quietanza con il presente atto riconoscendosene vera e reale debitrice per sé e successori in via fra tutti solidale e indivisibile”. Dalla suddetta disposizione contrattuale, con la quale il notaio attesta, con efficacia probatoria fino a querela di falso, l’erogazione della somma di € 142.000,00 in favore della parte mutuataria ed il rilascio della quietanza all’istituto di credito ad opera di quest’ultima mediante la sottoscrizione dell’atto pubblico, certifica la sussistenza della traditio rei ed elimina qualsiasi dubbio sul perfeziona-mento del negozio giuridico e sulla sua idoneità a costituire titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, ai sensi dell’art. 474, commi 1 e 2, n. 3, c.p.c..

A ciò si aggiunga che, per consolidato orientamento giurisprudenziale, nell’atto di precetto non va obbligatoriamente indicata la somma nella sua precisa entità quantitativa, che può ricavarsi anche attraverso un calcolo matematico, è invece irrinunciabile che il titolo in base al quale si procede contenga in sé tutti gli elementi certi e positivi idonei alla determinazione del quantum. Nel caso di specie, come si evince dalla documentazione versata in atti, il contratto di mutuo contiene tutti gli elementi utili per la determinazione della somma da rimborsare.

Non può essere accolta l’eccezione degli opponenti relativa alla mancata annotazione all’ipoteca iscritta a garanzia del mutuo dell’atto di fusione intervenuta tra gli istituti di credito. Probabilmente gli opponenti intendevano far riferimento all’art. 2843 c.c. che prevede l’annotazione in caso di cessione di credito, surroga ecc. Il caso che ne occupa rientra in tutt’altra fattispecie. La fusione per incorporazione, infatti, non produce un fenomeno successorio, in quanto, pur comportando un mutamento formale dell’organizzazione societaria già esistente, non crea un ente nuovo distinto dal vecchio e l’assunzione di tutti i diritti e gli obblighi delle società partecipanti da parte della società incorporante non implica alcuna successione soggettiva nei rapporti giuridici esistenti nei confronti dei terzi, nei confronti dei quali risulta sufficiente la sola pubblicità attuata con l’iscrizione nel registro delle imprese dell’atto notarile di fusione.

Nel merito, l’opposizione va parzialmente accolta, in quanto dalla consulenza tecnica di-sposta, che viene pienamente condivisa, sia dal punto di vista degli elementi di diritto, che per la correttezza dei calcoli, si evince che il credito totale della XXXX, alla data del precetto (30/04/2014), ammonta ad € 107.237,01, a fronte della sorta capitale intimata dall’opposto istituto di credito, pari ad € 108.987,04. Si ritiene, infatti, di aderire alla prima ipotesi di calcolo prevista dal consulente tecnico. Non possono, infatti, essere condivise le argomentazioni dell’istituto di credito, sia per quanto riguarda il calcolo del tasso di interesse di mora ai fini della verifica del superamento del c.d. “tasso soglia”, sia per quanto riguarda la richiamata “clausola di salvaguardia” inserita nel contratto di mutuo.

In relazione alla prima osservazione, l’opposto istituto di credito richiede l’applicazione delle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia, che a parer suo, prevede una maggiorazione della soglia, prevista dai Decreti Ministeriali, del 2,1%, nel caso di inclusione nel T.E.G. degli interessi di mora. Senza addentrarsi nelle varie vicende che si sono susseguite in relazione all’applicazione del tasso soglia agli interessi di mora, principio ormai consolidato stabilisce che anche gli interessi moratori debbono essere contenuti in tali limiti. Tale impostazione è condivisa anche dalla Banca d’Italia, che, di fatto, proprio nelle istruzioni richiamate dall’opposta, non ha mai affermato che, nel fare la verifica degli interessi di mora del singolo contratto ed il tasso soglia, questo debba essere maggiorato del 2,1%, dicendo, invece, che, a fini meramente statistici, di rilevazione statistica, si evidenziava che il tasso di mora mediamente praticato dagli intermediari bancari sul mercato, si discosta-va in media dal tasso di interessi corrispettivi, in variazione media, del 2,1%. L’unico tasso soglia cui va rapportato, in termini di verifica, il tasso di mora è quello determinato ai sensi dell’art. 2 comma 4 della L. 108/1996. Neppure può essere condivisa l’osservazione relativa alla clausola di salvaguardia. Principio consolidato è che la c.d. “clausola di salva-guardia”, a qualunque tipo di contratto riferita, è nulla ex art. 1344, in quanto non può instaurarsi alcuna differenza tipologica fra un contratto che preveda il tasso usuraio ed un altro che ne ipotizzi la riconduzione al limite legale. In base al principio sopra riportato, il tasso di mora applicato, come ha verificato il consulente, supera il tasso soglia, per cui la clausola che prevede tale interesse è da considerarsi nulla ai sensi dell’art. 1815 cod. civ. All’opposto, quindi, è dovuto il capitale residuo, quota capitale delle rate insolute e la quota di interessi sulle rate insolute.

L’opposizione di conseguenza va parzialmente accolta.

Quanto alla regolamentazione delle spese processuali, queste seguono la parziale reciproca soccombenza e vanno interamente compensate, ivi comprese le spese di CTU.

P.Q.M.

Il Tribunale di Nocera Inferiore in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla causa in epigrafe indicata, ogni diversa domanda o eccezione reietta, così provvede:
1) Accoglie parzialmente l’opposizione per le ragioni di cui in parte motiva;
2) Dichiara che il credito per il quale la XXXX ha diritto a procedere ad esecuzione forzata ammonta ad € 107.237,01;
3) Compensa integralmente le spese di giudizio tra le parti.

Manda la Cancelleria.

Nocera Inferiore, 2/7/2020

Il giudice